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            <title>ADVANTLAW -&gt; News</title>
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            <copyright>RYZE Digital</copyright>
            
            <pubDate>Wed, 26 Aug 2026 16:02:57 +0200</pubDate>
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                        <pubDate>Thu, 09 Jul 2026 12:28:59 +0200</pubDate>
                        <title>EU dual-use export controls: what recent data tells compliance teams</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/eu-dual-use-export-controls-what-recent-data-tells-compliance-teams</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>La nostra Ornella Belfiori è intervenuta su Lexology PRO commentando gli ultimi sviluppi del regime europeo sui controlli alle esportazioni di beni dual-use.&nbsp;</p><p>Nell'articolo, che prende le mosse dall'ultimo report annuale della Commissione Europea sull'attuazione del Regolamento (UE) 2021/821, Ornella evidenzia come i programmi di trade compliance debbano configurarsi come sistemi dinamici e basati sul rischio, da aggiornare e testare con continuità, andando oltre il mero adempimento formale. Il contributo si sofferma, inoltre, sull'intensificarsi delle attività di enforcement a livello europeo, anche in conseguenza del recepimento della Direttiva (UE) 2024/1226, e sulle implicazioni pratiche, in questo contesto, per le imprese che operano su mercati internazionali.</p><p><a href="https://www.lexology.com/pro/content/eu-dual-use-export-controls-what-recent-data-tells-compliance-teams" target="_blank" title="https://www.lexology.com/pro/content/eu-dual-use-export-controls-what-recent-data-tells-compliance-teams" rel="noreferrer">Clicca qui per il contributo integrale</a></p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Wed, 24 Jun 2026 16:37:41 +0200</pubDate>
                        <title>Registro dei titolari effettivi: la CGUE conferma il modello italiano e apre la strada allo sblocco</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/registro-dei-titolari-effettivi-la-cgue-conferma-il-modello-italiano-e-apre-la-strada-allo-sblocco</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p class="text-justify">Con la sentenza del 21 maggio 2026, pronunciata nelle cause riunite C-684/24 e C-685/24, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha fornito un chiarimento atteso da tempo su un tema che aveva generato un significativo contenzioso nell’ordinamento italiano: l’assoggettamento delle società fiduciarie agli obblighi di comunicazione al registro dei titolari effettivi. Si tratta di una questione tutt’altro che teorica: il contenzioso promosso dalle fiduciarie ha di fatto determinato il blocco dell’accesso al registro sin dalla sua istituzione, con la paradossale conseguenza che, a distanza di oltre due anni e mezzo dall’avvio dell’operatività del registro stesso, le imprese e gli altri soggetti tenuti alla comunicazione continuano ad adempiere regolarmente ai propri obblighi di trasmissione dei dati relativi ai titolari effettivi, mentre i soggetti obbligati ai fini antiriciclaggio - che di tali informazioni dovrebbero essere i principali fruitori - non possono ancora effettuare alcun accesso. La pronuncia - attesa con particolare interesse dagli operatori economici, dagli intermediari finanziari e dalle società fiduciarie - ha confermato la piena compatibilità del modello italiano con il diritto dell’Unione, validando le scelte del legislatore nazionale in materia di obblighi di comunicazione della titolarità effettiva e di accesso ai relativi dati, pur ponendo una condizione in tema di tutela giurisdizionale preventiva dei soggetti iscritti.</p><p class="text-justify">La vicenda trae origine dai ricorsi proposti da alcune fiduciarie italiane avverso la normativa nazionale di recepimento della disciplina antiriciclaggio europea, nella parte in cui le includeva tra i soggetti tenuti alle comunicazioni al Registro in quanto istituti giuridici assimilabili al trust ai sensi dell’art. 31 della Direttiva (UE) 2015/849, come modificata dalla Direttiva (UE) 2018/843. Le ricorrenti sostenevano che il mandato fiduciario italiano, istituto di matrice contrattuale fondato sulla fiducia romanistica e privo del meccanismo del trasferimento della proprietà tipico del trust anglosassone, non potesse essere ricondotto alla categoria normativa di riferimento, con conseguente inapplicabilità degli obblighi di comunicazione. Il TAR Lazio aveva respinto le censure in primo grado, ma il Consiglio di Stato, in sede di appello, aveva preferito non decidere nel merito, rimettendo le questioni in via pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo con ordinanza n. 8248/2024 del 15 ottobre 2024 e disponendo la sospensione dei giudizi pendenti. È proprio tale sospensione ad aver determinato, in via di fatto, il perdurante blocco dell’operatività del Registro nella sua interezza, con evidenti e gravi ricadute per tutti i soggetti obbligati e per le autorità chiamate a gestirlo.</p><p class="text-justify">Sul primo e più dibattuto dei profili affrontati, ossia la <strong>riconducibilità del mandato fiduciario italiano alla categoria normativa degli istituti assimilabili al trust</strong>, la Corte ha adottato un criterio ermeneutico di tipo funzionale, che prescinde dalla corrispondenza strutturale con il modello di common law. Non è necessario, secondo la pronuncia, che l’istituto in esame riproduca le caratteristiche proprie del trust anglosassone nelle sue peculiarità definitorie, ivi incluso il trasferimento della proprietà in capo al trustee con separazione del patrimonio dal resto dei beni del fiduciario. Ciò che rileva, in una prospettiva teleologicamente orientata agli obiettivi della disciplina antiriciclaggio, è la capacità della fattispecie di realizzare una dissociazione tra titolarità formale e controllo effettivo sui beni, generando quell’effetto di<i> corporate</i> <i>veil</i>. Il mandato fiduciario italiano, nella misura in cui consente di intestare beni mobili - tipicamente partecipazioni societarie o strumenti finanziari - a una società fiduciaria che li detiene e gestisce per conto del fiduciante, integra pienamente tale schema funzionale. Il fiduciante, infatti, mantiene in capo a sé il controllo sostanziale attraverso le istruzioni impartite alla fiduciaria. La Corte ha sottolineato, peraltro, che la Direttiva attribuisce agli Stati membri un apprezzabile margine di discrezionalità nell’individuazione degli istituti da ricondurre alla categoria, purché le scelte operate siano coerenti con gli obiettivi di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Argomentando diversamente si sarebbe generata una lacuna sistemica nel presidio di trasparenza imposto dalla Direttiva, consentendo l’utilizzo della figura fiduciaria per mascherare i reali titolari e agevolare potenziali operazioni illecite. Valorizzando il margine di discrezionalità riconosciuto, l’ordinamento italiano aveva già compiuto la scelta di includere le fiduciarie tra i soggetti obbligati. Tale scelta è stata ora definitivamente validata dalla pronuncia della Corte anche sul piano europeo.</p><p class="text-justify">Sul secondo profilo, <strong>l’accesso ai dati del Registro da parte di soggetti privati e la sua compatibilità con i diritti fondamentali garantiti dagli artt. 7 e 8 della Carta</strong>, la Corte ha tracciato una linea di distinzione netta rispetto a proprie precedenti pronunce che avevano censurato il regime di pubblicità generalizzata e indiscriminata previsto per il registro societario lussemburghese. In quel caso, la Corte aveva ritenuto che l’accesso aperto a chiunque, senza alcun filtro qualificato, costituisse un’interferenza sproporzionata con il diritto alla vita privata e alla protezione dei dati personali dei soggetti iscritti. Il regime applicabile ai trust e agli istituti assimilati si presenta strutturalmente diverso: l’accesso non è generalizzato, ma subordinato alla dimostrazione di un legittimo interesse specifico e documentato, il che consente un bilanciamento proporzionato tra le esigenze di trasparenza a fini di contrasto al riciclaggio e la tutela della sfera privata dei soggetti interessati. La Corte ha precisato, valorizzando il Considerando 42 della Direttiva 2018/843, che la nozione di legittimo interesse non deve essere interpretata in senso eccessivamente restrittivo né ancorata alla sola pendenza di un procedimento giurisdizionale o amministrativo: possono vantare tale interesse qualificato, accanto alle autorità di vigilanza e ai soggetti obbligati nell’ambito dell’adeguata verifica della clientela, anche i professionisti dell’informazione che svolgano attività di indagine su fenomeni di criminalità economica, le organizzazioni della società civile impegnate nel contrasto alla corruzione e al riciclaggio, nonché le potenziali controparti commerciali o finanziarie che abbiano un interesse concreto e verificabile a conoscere l’assetto di controllo effettivo di un determinato soggetto. Il sistema italiano, che affida alle Camere di commercio la valutazione caso per caso delle istanze di accesso, è stato ritenuto compatibile con questa impostazione, nella misura in cui assicuri una valutazione seria e motivata dell’interesse addotto dal richiedente, richiedendo altresì che tale interesse sia diretto, concreto e attuale.</p><p class="text-justify">Il profilo più critico della pronuncia - e quello destinato ad avere le ricadute operative più immediate - riguarda tuttavia <strong>il sistema delle garanzie</strong> apprestate dall’ordinamento italiano in favore dei soggetti iscritti al Registro che intendano <strong>opporsi all’accesso ai propri dati</strong>. La Direttiva, all’art. 31, par. 7-bis, consente agli Stati membri di limitare l’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva quando l’ostensione esponga il soggetto interessato a rischi sproporzionati di frode, rapimento, estorsione, intimidazione o altre forme di pregiudizio, nonché nei casi riguardanti minori o incapaci. La Corte ha ritenuto compatibile con il diritto europeo il modello italiano che affida alle Camere di commercio, e non direttamente all’autorità giudiziaria, la valutazione delle richieste di deroga all’accesso. Ha però evidenziato con chiarezza una lacuna di non poco conto. Poiché l’ostensione dei dati personali produce effetti sostanzialmente irreversibili - una volta che l’informazione è stata comunicata al richiedente, non è possibile cancellarne concretamente la conoscenza - la tutela giurisdizionale non può essere limitata al solo sindacato <i>ex post</i> sulla decisione amministrativa di diniego della deroga. Occorre, al contrario, che il titolare effettivo possa accedere tempestivamente a misure cautelari preventive idonee a sospendere l’ostensione dei dati nelle more della decisione di merito, garantendo in tal modo che la tutela giurisdizionale sia effettiva e non meramente nominale. Il sistema italiano, allo stato, non prevede in modo esplicito tale rimedio all’interno del procedimento disciplinato dal decreto ministeriale n. 55 del 2022 e dalle pertinenti disposizioni del D.Lgs. 231/2007. Esso risulta pertanto, su questo punto, insufficiente rispetto agli standard imposti dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali, che garantisce il diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice. Un intervento normativo correttivo appare ineludibile, e dovrà presumibilmente tradursi nell’introduzione di una procedura di “opposizione” preventiva con effetto sospensivo automatico o, quanto meno, con la possibilità di ottenere in via d’urgenza la sospensione dell’accesso da parte dell’autorità giudiziaria competente. Su questo punto la sentenza, pur prendendo atto della criticità e richiamando con forza la necessità di una tutela provvisoria effettiva, rimette sostanzialmente agli ordinamenti nazionali il compito di rendere tale tutela concretamente operativa, lasciando aperta una tensione non del tutto risolta tra l’affidamento della valutazione iniziale a un’autorità amministrativa e la necessità di ricostruire <i>ex post</i> una riservatezza ormai compromessa. Resta dunque al legislatore italiano uno spazio di intervento sotto il profilo dei presidi preventivi.</p><p class="text-justify">La sentenza non chiude definitivamente il contenzioso interno: il Consiglio di Stato dovrà ora pronunciarsi conformandosi ai principi enunciati dalla Corte, definendo i giudizi pendenti alla luce di un quadro interpretativo ormai consolidato. Sul piano operativo, il percorso verso la piena riapertura del registro richiederà ancora alcuni mesi. In questo frangente, è importante ribadire che gli obblighi di raccolta, conservazione e aggiornamento delle informazioni sulla titolarità effettiva permangono integralmente in capo alle fiduciarie: pertanto, queste ultime dovranno tempestivamente adeguarsi, predisponendo i processi interni necessari a garantire la corretta individuazione e comunicazione dei titolari effettivi dei mandati gestiti.</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Compliance</category>
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Mon, 30 Mar 2026 09:32:56 +0200</pubDate>
                        <title>The European Union’s first Anti-Corruption Directive: a significant step toward harmonised criminal law</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/the-european-unions-first-anti-corruption-directive-a-significant-step-toward-harmonised-criminal-law</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p></p><h3 class="text-justify"><span><strong>I. Overview and background: a long road to a common framework</strong></span></h3><p class="text-justify">On 26 March 2026, the European Parliament formally adopted the European Union’s first comprehensive anti-corruption directive — a landmark piece of criminal legislation that closes one of the most glaring gaps in the EU’s legal architecture (hereinafter, the “<strong>Directive</strong>”). The text was approved by 581 votes in favour, 21 against, and 42 abstentions, and had been provisionally agreed with the Council in December 2025<sup>&nbsp;</sup>(1).</p><p class="text-justify">The context underscoring the urgency of this intervention is striking. According to a 2025 Eurobarometer, 69% of Europeans believe corruption to be widespread in their country, and 66% consider efforts against high-level corruption to be insufficient<sup>&nbsp;</sup>(1). Earlier EPRS studies estimated the total cost of corruption risk in EU public procurement alone at €29.6 billion between 2016 and 2021, with an additional €4.3 billion attributable to contracts involving EU funds. More broadly, Europol has reported that 71% of the most threatening criminal networks active in the EU use corruption to facilitate their activities or obstruct justice (2).</p><p class="text-justify">The path to the directive began on 3 May 2023, when the European Commission tabled an anti-corruption legislative package based on Article 83 TFEU — the provision empowering Parliament and the Council to establish minimum rules on criminal offences and sanctions in areas of particularly serious cross-border crime (1). The proposal followed calls by the European Parliament for EU-wide harmonisation of corruption offences and was shaped by the EU Security Union Strategy (2020–2025) and the EU Strategy to Tackle Organised Crime (2021–2025), which had tasked the Commission with assessing whether existing rules were adequate to address evolving criminal practices.</p><p class="text-justify">The pre-existing framework was acknowledged as fragmented. It consisted principally of Council Framework Decision 2003/568/JHA on private-sector corruption, a 1997 Convention on corruption involving EU officials, and the PIF Directive (2017/1371) (2). A 2023 external study mandated by the European Commission confirmed that “<i>the lack of a coherent European framework including provisions for all corruption-related crimes identified by international standards</i>” constituted “<i>a source for legislative and operational challenges in tackling cross-border corruption cases</i>”<sup>&nbsp;</sup>(3). The Commission’s own questionnaires to Member States revealed wide divergence: definitions differed substantially, certain UNCAC-mandated offences were absent from national legislation, and limitation periods varied significantly (3).</p><p class="text-justify">Following the Commission proposal, the LIBE Committee of the European Parliament adopted its report in January 2024 with near-unanimous support. The Council agreed its general approach in June 2024, and trilogue negotiations concluded with a provisional agreement in December 2025. The Parliament gave its final endorsement on 26 March 2026<sup>&nbsp;</sup>(4).</p><p class="text-justify">&nbsp;</p><h3 class="text-justify"><span><strong>II. Key provisions and criminal offences</strong></span></h3><p class="text-justify">The Directive (5) establishes a catalogue of corruption-related offences that Member States are required to criminalise if committed intentionally. These include (Articles 3 to 11):</p><ol style="margin-left:8px;"><li data-list-item-id="ecd91fe28da00de7a029e08da0282350d"><p class="text-justify"><span><strong>Public-sector bribery</strong> (active and passive): promising, offering, or granting an undue advantage to a public official, or a public official soliciting or accepting such an advantage, to perform or abstain from an act in the exercise of their functions;</span></p></li><li data-list-item-id="ed681893d611c6dee5d49711c5ac07655"><p class="text-justify"><span><strong>Private-sector bribery</strong> (active and passive): the same conduct involving directors or employees of private entities, acting in breach of their professional duties within the context of economic or commercial activities;</span></p></li><li data-list-item-id="ec2c263831b7026b18e9f5d9da91cafdf"><p class="text-justify"><span><strong>Misappropriation</strong>: the use by a public official of assets entrusted to their management for a purpose other than that intended, to their benefit or that of a third party, or to the detriment of the relevant public or private entity;</span></p></li><li data-list-item-id="e98b22da041fd8d7c9c9aa0fc2ec50f64"><p class="text-justify"><span><strong>Trading in influence</strong>: promising or granting an advantage to any person to exercise improper influence on a public official, irrespective of whether the influence was actually exerted or produced the intended result;</span></p></li><li data-list-item-id="e130308450d73bf1a54b9bd45916f558b"><p class="text-justify"><span><strong>Unlawful exercise of public functions</strong>: intentional serious violations of the law committed by a public official in the exercise of their functions;</span></p></li><li data-list-item-id="e2236635d65e8e6248af4a14965f52d09"><p class="text-justify"><span><strong>Obstruction of justice</strong>: use of violence, threats, or inducements to interfere with testimony, evidence, or the official functions of judicial or law-enforcement officers in proceedings related to corruption offences;</span></p></li><li data-list-item-id="e45e70f2586a8b7cc5afc4a7af3949150"><p class="text-justify"><span><strong>Enrichment from corruption offences</strong>: acquisition, possession, or use of assets by a public official in the knowledge that those assets derive from corruption offences committed by another public official;</span></p></li><li data-list-item-id="e7a51ec123d4b018ba6fb69b6146b4e85"><p class="text-justify"><span><strong>Concealment</strong>: intentional disguise or concealment of the nature, origin, or movement of assets derived from the above offences.</span></p></li><li data-list-item-id="eda50aa3fb78055c085341c76f632bfef"><p class="text-justify"><span><strong>Incitement, aiding and abetting, and attempt</strong> are also covered.</span></p></li></ol><p class="text-justify">The Directive (Article 2) defines key concepts including “public official” (covering EU and national officials, persons performing public service functions, and officials of international organisations), as well as “high-level official” — a category encompassing heads of government, ministers, members of parliament, constitutional and supreme court judges, prosecutors-general, and members of the European Commission and European Parliament.</p><p class="text-justify">Member States retain the right to adopt stricter standards, seeing as the Directive establishes only minimum rules.</p><p class="text-justify"><strong>Sanctions for natural persons</strong> (Article 12) are tiered according to the gravity of the offence: a minimum maximum penalty of five years’ imprisonment for public-sector bribery where the official’s act constitutes a breach of duty; at least four years for misappropriation, enrichment from corruption, and concealment; and at least three years for other offences, including private-sector bribery and trading in influence. Additional penalties may include fines, removal from public office, temporary disqualification from standing for election, exclusion from public procurement, and revocation of licences.</p><p class="text-justify">The Directive (Article 19) also harmonises <strong>limitation periods</strong>, requiring at least eight years from the commission of offences punishable by a maximum of at least four years’ imprisonment, and at least five years for less serious offences, with reduced minimum periods permissible only where interruption or suspension mechanisms exist.</p><p class="text-justify"><strong>Prevention</strong> obligations (Article 20 and following) require Member States to adopt national anti-corruption strategies, establish independent anti-corruption bodies, introduce asset disclosure mechanisms for public officials, regulate conflicts of interest and “revolving doors”, and conduct periodic risk assessments by sector. <strong>Whistleblower protection</strong> under Directive (EU) 2019/1937 is expressly extended to reports of corruption offences under this Directive (Article 25). <strong>Enhanced cooperation</strong> between national authorities and EU bodies — including OLAF, Eurojust, Europol, and the EPPO — is also mandated (Article 32).</p><p class="text-justify">&nbsp;</p><h3 class="text-justify"><span><strong>III. Sanctions for legal persons: the turnover-based fine model and its broader context</strong></span></h3><p class="text-justify">One of the most significant innovations of the Directive lies in its approach to the <strong>liability and sanctioning of legal persons</strong>. Member States must ensure that companies can be held liable for corruption offences committed for their benefit by persons in a leading position, or where inadequate supervision by such persons enabled the commission of the offence (Article 13).</p><p class="text-justify">Sanctions must be effective, proportionate, and dissuasive. Beyond fines, they may include exclusion from public procurement, suspension from business activities, judicial winding-up, and publication of the judgment (Article 14).</p><p class="text-justify">The headline provision, however, concerns the <strong>calibration of pecuniary sanctions</strong>. For the most serious offences — public-sector bribery, private-sector bribery, and misappropriation (Articles 3 to 5) — the maximum fine must reach at least <strong>5% of the legal person’s total worldwide annual turnover</strong> in the preceding financial year, or alternatively <strong>€40 million</strong> in absolute terms. For trading in influence, obstruction of justice, and enrichment from corruption (Articles 6, 8, 9), the threshold is set at <strong>3% of global turnover</strong> or <strong>€24 million</strong>.</p><p class="text-justify">This turnover-based mechanism represents a structural break from the traditional Italian framework under <strong>Legislative Decree 8 June 2001, no.&nbsp;231&nbsp;</strong>(hereinafter, the<strong>&nbsp;</strong>“<strong>231 Decree</strong>”), which determines corporate sanctions through a “quotas” system: the judge fixes the number of units (<i>quote</i>) — between 100 and 1,000 — and the monetary value of each unit — between €258 and €1,549 — resulting in a maximum fine of approximately €1.55 million for corruption offences under Article 25 of the 231 Decree (6). While this system allows for a degree of judicial discretion calibrated to the gravity of the offence and the entity’s degree of responsibility, it was not designed to scale with the actual size or financial capacity of large multinationals.</p><p class="text-justify">The turnover-based model, by contrast, ensures that the sanction bears a direct and proportionate relationship to the economic weight of the offending entity — a principle that resonates with the regulatory logic already adopted in other European instruments. Most notably, <strong>Legislative Decree 30 December 2025, no.&nbsp;211</strong> — the Italian Decree implementing Directive (EU) 2024/1226 on criminal penalties for violations of EU restrictive measures — introduced a new Article 25-<i>octies</i>.2 into the 231 Decree, expressly providing for fines calculated as a percentage of the <strong>global annual turnover</strong> of the offending entity (7). Under that regime, fines range from 1% to 5% of global turnover for the most serious violations (or €3 million to €40 million where turnover cannot be determined), and from 0.5% to 1% for less serious ones (or €1 million to €8 million as an alternative).</p><p class="text-justify">The EU anti-corruption Directive now introduces a parallel and closely analogous structure. The alignment between the two instruments is deliberate: both reflect the EU legislator’s evolving preference for <strong>sanctions that penalise conduct in proportion to the economic capacity of the offender</strong>, thereby addressing the risk that fixed-sum fines may be absorbed as a ‘cost of doing business’ by large corporations. The same philosophy underpins the GDPR (fines up to 4% of global annual turnover), the Digital Markets Act, and various other EU sectoral regulations.</p><p class="text-justify">From an Italian implementation standpoint, the transposition of the Directive will require to amend Article 25 of the 231 Decree, which currently governs corporate liability for corruption-related offences. The existing quota-based system will need to be either replaced or supplemented by a turnover-referencing mechanism to achieve compliance with the Directive’s minimum standards.&nbsp;</p><p class="text-justify">From a corporate compliance perspective, the said directives make it critical for companies to promptly recalibrate their trade compliance and anti-bribery and corruption (ABAC) frameworks. The shift to turnover-based corporate fines&nbsp; substantially <strong>increases the (also, financial) exposure</strong> attached to corruption risks and makes “static” control systems harder to defend as effective. In practical terms, this calls for an immediate refresh of risk assessments (including sectoral and geographic corruption risks, public-touchpoints, and third-party channels), tighter third‑party due diligence and ongoing monitoring, strengthened controls over gifts/hospitality, sponsorships, facilitation-risk, and conflicts of interest (including revolving-door scenarios), and testing of reporting/escalation mechanisms (also in light of the Directive’s express linkage to the EU whistleblowing framework).&nbsp;</p><p class="text-justify">For Italian entities subject to the 231 Decree, transposition will likely require a targeted update of the so-called Model 231 (<i>compliance program</i>). Companies that treat the Directive as a “legislative update” rather than a compliance redesign risk finding that their Model 231 is no longer viewed as adequately implemented or effective when scrutinized by prosecutors and courts.</p><p class="text-justify"><i>The Directive now awaits formal adoption by the Council of the EU, after which it will enter into force 20 days following publication in the Official Journal of the European Union</i> (1). <i>Member States will have between 24 and 36 months from entry into force (depending on the obligations concerned) to transpose the Directive</i>.</p><p class="text-justify">&nbsp;</p><p class="text-justify"><strong>Bibliography</strong></p><p>(1) europarl.europa.eu/news/en/press-room/20260323IPR38831/parliament-greenlights-eu-anti-corruption-rules</p><p>(2)&nbsp;<a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2024/762406/EPRS_BRI(2024)762406_EN.pdf" target="_blank" rel="noreferrer">EPRS_BRI(2024)762406_EN.pdf</a>, P. 2</p><p>(3) EPRS_BRI(2024)762406_EN.pdf, P. 5</p><p>(4)&nbsp;<a href="https://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-a-new-era-for-european-defence-and-security/file-directive-on-combating-corruption" target="_blank" rel="noreferrer">https://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-a-new-era-for-european-defence-and-security/file-directive-on-combating-corruption</a></p><p>(5)&nbsp;<a href="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2026-0094_EN.html" target="_blank" rel="noreferrer">https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2026-0094_EN.html</a></p><p>(6)&nbsp;&nbsp;<a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2001-06-08;231" target="_blank" rel="noreferrer">https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2001-06-08;231</a></p><p>(7) <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2025-12-30;211!vig" target="_blank" rel="noreferrer">www.normattiva.it/uri-res/N2Ls</a>=</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Compliance</category>
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 10:28:14 +0100</pubDate>
                        <title>Women in legal Business - Raffaella Quintana</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/women-in-legal-business-raffaella-quintana</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p><i><strong>Raffaella Quintana, Head of White-Collar Crime at ADVANT Nctm, pioneered the integration of criminal law into multi-practice firms as a fundamental governance discipline.</strong></i></p><p class="text-justify">Raffaella Quintana is a partner and Head of White-Collar Crime, Investigation and Compliance at ADVANT Nctm. More than 35 years ago, when she built the first criminal law team inside a large Italian multi-practice firm, she had to make two arguments simultaneously: the legal one and the cultural one. The legal argument was technical. The cultural argument was harder, persuading partners and clients that business criminal law was not a niche for handling emergencies but a fundamental governance discipline, one that belongs in the room where strategy is made, not called in after the damage is done. That argument is now settled. What she continues to build is the architecture around it.</p><p><br><a href="https://www.leadersleague.com/en/news/women-in-legal-business-raffaella-quintana" target="_blank" rel="noreferrer">Read the full interview on Leaders League website</a></p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>Compliance</category>
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Mon, 09 Feb 2026 14:10:58 +0100</pubDate>
                        <title>Il “mosaico” delle sanzioni europee tra frammentazione e convergenza:</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/il-mosaico-delle-sanzioni-europee-tra-frammentazione-e-convergenza</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’Italia verso la criminalizzazione delle violazioni delle misure restrittive dell’Unione Europea</strong></p><p>In seno all’Unione europea (“<strong>UE</strong>”), il quadro applicativo relativo alle misure restrittive è stato a lungo caratterizzato da una marcata <strong>frammentazione</strong>. Sebbene le sanzioni siano adottate a livello unionale, la loro attuazione e il relativo enforcement rimangono di competenza degli Stati membri: il risultato che ne deriva è un mosaico di regimi sanzionatori divergenti, approcci investigativi disomogenei e differenti livelli dicoercibilità delle norme rilevanti.</p><p>In alcuni ordinamenti, le violazioni vengono trattate come mere violazioni amministrative; in altri, sono perseguite penalmente, spesso comportando la reclusione e/o la responsabilità delle persone giuridiche. Tale difformità ha alimentato forti preoccupazioni in sede europea, principalmente in quanto capace di incentivare pratiche di <i><strong>forum shopping </strong></i>da parte di operatori economici che tendono a privilegiare le giurisdizioni con un <i>enforcement </i>più permissivo. In tale contesto, si sono moltiplicati gli appelli a un’<strong>armonizzazione più incisiva</strong>, volta a definire standard investigativi comuni e a rafforzare il coordinamento transfrontaliero, così da colmare le lacune applicative ancora esistenti</p><p><a href="https://www.advant-nctm.com/fileadmin/nctm/PDF/WCC_article_ITA.pdf" target="_blank"><strong>Leggi il documento integrale</strong></a></p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Wed, 22 Oct 2025 16:43:09 +0200</pubDate>
                        <title>Navigating Europe’s fragmented sanctions landscape: Italy’s move toward criminalization of EU restrictive measures’ violations</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/navigating-europes-fragmented-sanctions-landscape-italys-move-toward-criminalization-of-eu-restrictive-measures-violations</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>The article explores Italy’s recent step toward <strong>criminalizing breaches of EU restrictive measures</strong>, marking a decisive alignment with <strong>Directive (EU) 2024/1226</strong> and the EU’s broader effort to harmonize sanctions enforcement.&nbsp;</p><p>Through <strong>Draft Legislative Decree No. 317/2025</strong>, Italy introduces a new <strong>Chapter I-bis</strong> in the Criminal Code on “Crimes against the Common Foreign and Security Policy of the European Union” and extends corporate criminal liability under Legislative Decree 231/2001.</p><p>The contribution examines the key features of the reform — including new offences, liability extensions, and coordination mechanisms — and highlights the compliance implications for companies, emphasizing the need for robust risk assessment, due diligence, and an integrated trade compliance culture.</p><p><a href="https://www.advant-nctm.com/fileadmin/nctm/PDF/WCC.pdf" target="_blank"><i>Read the full article</i></a><i> by <strong>Ornella Belfiori</strong>. &nbsp;</i></p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Tue, 23 Sep 2025 17:17:27 +0200</pubDate>
                        <title>Decreto-Legge 116/2025: nuove fattispecie ambientali e responsabilità d’impresa</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/decreto-legge-116-2025-nuove-fattispecie-ambientali-e-responsabilita-dimpresa</link>
                        <description></description>
                        <content:encoded><![CDATA[<p>Decreto-Legge 8 agosto 2025, n. 116: nuove fattispecie ambientali e responsabilità delle imprese<a href="/news-e-approfondimenti#_ftn1" title>[1]</a></p><p>Segnaliamo che nella Gazzetta Ufficiale dell’8 agosto 2025, n. 183 è stato pubblicato il Decreto-Legge 8 agosto 2025, n. 116 (“<strong>Decreto-Legge</strong>” o “<strong>d.l. 116/2025</strong>”), recante “<i>Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti, per la bonifica dell’area denominata Terra dei fuochi, nonché in materia di assistenza alla popolazione colpita da eventi calamitosi</i>”.</p><p>Il provvedimento introduce importanti novità in materia ambientale modificando, <i>inter alia</i>, il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (c.d. “<i>Testo Unico Ambientale</i>” e, di seguito, “<strong>TUA</strong>”), il codice penale e l’art. 25-<i>undecies</i> (“<i>Reati Ambientali</i>”) del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 (“<strong>d.lgs. 231/2001</strong>”).&nbsp;</p><p>Per quanto d’interesse, il Decreto-Legge inasprisce l’apparato sanzionatorio dei reati ambientali, modifica alcune fattispecie già richiamate dall’art.&nbsp;25-<i>undecies del</i> d.lgs. 231/2001<a href="/news-e-approfondimenti#_ftn2" title>[2]</a> ed introduce ulteriori fattispecie tra i reati presupposto previsti dallo stesso 25-<i>undecies</i>.</p><p>Occorre, dapprima, menzionare le due ipotesi di reato di seguito compendiate, in quanto il loro subingresso nel catalogo dei reati presupposto ex d.lgs. 231/2001 assume un importante rilievo sistemico, ponendo fine a un'anomalia normativa lungamente stigmatizzata in dottrina<a href="/news-e-approfondimenti#_ftn3" title>[3]</a>.&nbsp;</p><ul><li><span>“</span><i><span>impedimento del controllo</span></i><span>” (art. 452-</span><i><span>septies</span></i><span> c.p.) che sanziona chiunque, negando l'accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l'attività di vigilanza e controllo ambientali, di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti;&nbsp;</span></li><li><p><span>“</span><i><span>omessa bonifica</span></i><span>” (art. 452-</span><i><span>terdecies</span></i><span> c.p.)&nbsp;che punisce chiunque, obbligato per legge o per ordine dell’autorità, non provvede volontariamente alla bonifica o al ripristino di un sito.&nbsp;</span></p><p><span>Giova rammentare che il reato in parola si distingue dalla contravvenzione&nbsp;di cui all’art. 257 TUA (“</span><i><span>Bonifica dei siti</span></i><span>”) – ipotesi storicamente presupposta alla responsabilità degli enti ai sensi dell’art.&nbsp;25-</span><i><span>undecies</span></i><span> d.lgs. 231/2001 - in quanto fattispecie di natura speciale, che&nbsp;punisce una condotta omissiva all'interno di uno specifico e strutturato procedimento amministrativo .&nbsp;Il reato si configura solo quando il soggetto che ha causato l'inquinamento (con superamento delle c.d. “CSC”</span><a href="/news-e-approfondimenti#_ftn4" title><span>[4]</span></a><span>/”CSR”</span><a href="/news-e-approfondimenti#_ftn5" title><span>[5]</span></a><span>) non adempie all'obbligo di bonificare il sito <strong>in conformità al progetto operativo approvato dall'autorità competente</strong>, come previsto dalla procedura degli artt. 242 e ss. del TUA</span></p><p><span>L’art. 452-</span><i><span>terdecies</span></i><span> c.p., invece,&nbsp;ha una portata più ampia e sussidiaria, accedendo ad una pretesa punitiva senz’altro maggiore. La </span><i><span>ratio legis</span></i><span> è quella di sanzionare l'inadempimento di un obbligo di ripristino ambientale a prescindere dalla sua fonte specifica</span><a href="/news-e-approfondimenti#_ftn6" title><span>[6]</span></a><span>;&nbsp;</span></p></li></ul><p>Particolare attenzione andrebbe prestata anche all’introduzione nel catalogo 231 delle seguenti ulteriori fattispecie in materia di rifiuti:</p><ul><li><p><span>“</span><i><span>abbandono di rifiuti non pericolosi in casi particolari</span></i><span>” e “</span><i><span>abbandono di rifiuti pericolosi</span></i><span>” (artt. 255-</span><i><span>bis</span></i><span> e 255-</span><i><span>ter</span></i><span> TUA). Il d.l. 116/2025 opera una profonda revisione della materia, trasformando l'abbandono di rifiuti da illecito amministrativo (o contravvenzionale) a <strong>delitto</strong>, anche qualora si tratti di rifiuti non pericolosi, laddove i casi particolari richiamati nell’art. 255-bis TUA siano integrati</span><a href="/news-e-approfondimenti#_ftn7" title><span>[7]</span></a><span>. Qualora la condotta sia posta in essere <strong>da titolari</strong></span><strong>&nbsp;</strong><span><strong>di imprese o responsabili di enti</strong> le sanzioni sono aggravate. Di cruciale impatto operativo, per entrambe le previsioni, è la connessione con l'istituto del <strong>deposito temporaneo</strong> (art. 183, comma 1, lett. bb), TUA).</span></p><p><span>Come noto, infatti, il superamento dei limiti temporali e volumetrici previsti per il “</span><i><span>deposito temporaneo</span></i><span> </span><i><span>prima della raccolta</span></i><span>” </span><a href="/news-e-approfondimenti#_ftn8" title><span>[8]</span></a><span> dei rifiuti può integrare le fattispecie di cui sopra dando, ora, luogo anche alla responsabilità dell’ente ex d.lgs. 231/2001.</span></p></li><li><span>“</span><i><span>combustione illecita di rifiuti</span></i><span>” (art. 256-</span><i><span>bis</span></i><span> del TUA). La norma, anch'essa elevata al rango di delitto e attratta nel perimetro della responsabilità 231, è volta a reprimere la prassi della c.d. "gestione termica" abusiva dei rifiuti. Si tratta di una fattispecie di <strong>reato a condotta libera e di pericolo astratto</strong>, che si distingue dal delitto comune di incendio (art. 423 c.p.), il quale richiede il sorgere di un pericolo per la pubblica incolumità. La sua introduzione nel catalogo mira a contrastare quelle condotte che, pur non raggiungendo la soglia del disastro ambientale (art. 452-</span><i><span>quater</span></i><span> c.p.), costituiscono una modalità particolarmente dannosa di smaltimento illegale, spesso finalizzata a una drastica riduzione dei costi aziendali.</span></li></ul><p>In attesa della conversione in legge del d.l. 116/2025 (prevista entro il 7 ottobre 2025), è essenziale che le imprese non sottovalutino la portata delle modifiche introdotte. Le nuove disposizioni determinano, come visto, un innalzamento della soglia di rilevanza penale per condotte, specie in materia di rifiuti, che in precedenza potevano costituire illeciti minori e non presupposti alla responsabilità dell’Ente.&nbsp;</p><p>L'impatto sul d.lgs. 231/2001 è, in questa occasione, diretto e immediato scaturendo, per le imprese, un’importante occasione per valutare l’adeguatezza preventiva dei propri sistemi di controllo interno in materia ambientale. Tale attività potrebbe accedere alla necessità di procedere ad aggiornamenti mirati del dei modelli di organizzazione, gestione e controllo (“<i><strong>Modelli 231</strong></i>”).</p><p>L’<i>assessment&nbsp;</i>dovrebbe proiettarsi, <i>in primis</i>, sui processi a maggior rischio, come, ad esempio, la gestione del ciclo dei rifiuti. A tal proposito risulterebbe particolarmente utile verificare la “tenuta” degli strumenti normativi e organizzativi aziendali relativi alla gestione del rifiuto, con particolare attenzione alle implicazioni connesse al deposito temporaneo.</p><p>L'adeguamento del Modello 231 e dei relativi protocolli interni costituisce, infatti, il presupposto tecnico per allineare il sistema di compliance alle nuove fattispecie presupposto. Tale aggiornamento, unitamente alle conseguenti attività di effettiva attuazione del Modello 231 (come vigilanza dell’OdV, audit e formazione), risulta pertanto funzionale a preservarne i requisiti di idoneità ed efficace attuazione richiesti dal d.lgs. 231/2001 ai fini del potenziale riconoscimento dell'efficacia esimente della responsabilità dell'ente in sede giudiziaria.</p><p>Restiamo a Vostra disposizione al fine di svolgere i necessari approfondimenti per comprendere i concreti impatti delle norme in esame sulla Vostra realtà aziendale.</p><hr><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref1" title>[1]</a>&nbsp;Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref2" title>[2]</a>&nbsp;Il Decreto Legge è intervenuto, in particolare, sulle seguenti fattispecie, innalzando il trattamento sanzionatorio e prevedendo nuove circostanze aggravanti: (i) “<i>Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività</i>” (art. 452-sexies c.p.); (ii) “<i>Reati in materia di attività di gestione di rifiuti non autorizzata</i>” (art. 256 del d.lgs. n. 152/2006); (iii) “<i>Spedizione illegale di rifiuti</i>” (art. 259, comma 1, d.lgs. n. 152/2006); (iv) “<i>Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti</i>” (art. 452-quaterdecies c.p.).</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref3" title><sup>[3]</sup></a> Esclusione che era apparsa particolarmente problematica e foriera di criticità con riferimento al delitto di omessa bonifica (art. 452-terdecies c.p.), in quanto la sua mancata inclusione ha alimentato un intenso dibattito circa la coerenza del sistema repressivo. Autorevole dottrina aveva più volte sottolineato come tale lacuna vanificasse la ratio stessa della Legge 22 maggio 2015 n. 68, che era quella di rafforzare il presidio penale a tutela dell'ambiente anche attraverso il coinvolgimento delle persone giuridiche. C. Ruga Riva, I nuovi delitti contro l'ambiente, in G. L. Gatta (a cura di), <i>La riforma dei reati ambientali. Commento alla legge 22 maggio 2015, n. 68</i>, Dike Giuridica, Roma, 2015, p. 115 ss. L'intervento del d.l. 116/2025 ha finalmente ricomposto questa&nbsp;frattura sistematica, riallineando il catalogo dei reati presupposto alla reale offensività delle condotte e alla necessità di sanzionare non solo le azioni inquinanti, ma anche le omissioni che ne perpetuano gli effetti dannosi nell'interesse dell'impresa.</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref4" title>[4]</a>&nbsp;Concentrazioni Soglia di Contaminazione</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref5" title>[5]</a>&nbsp;Concentrazioni Soglia di Rischio</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref6" title>[6]</a>&nbsp;In questo senso, tra gli altri, G. Gallone<i>, L’individuazione del responsabile della bonifica: giudice amministrativo e giudice penale a confronto</i>, in <i>Urb. e App.</i> 4/2020 p. 449 e ss..</p><p>Si veda, altresì, la Relazione n. III/04/2015 del settore penale dell’ufficio del Massimario della Corte di Cassazione ove, proprio in relazione alla fattispecie di cui all’art. 257 TUA, si specifica che <i>“l’introduzione della clausola di riserva «Salvo che il fatto costituisca più grave reato», fa in modo [..] che essa possa operare solo nelle ipotesi di un superamento delle soglie di rischio che non abbia raggiunto (quanto meno) gli estremi dell’inquinamento, ossia che non abbia cagionato una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili dei beni (acque, aria, etc.) elencati indicati dall’art. 452-bis</i>”.</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref7" title><i><strong><sup>[7]</sup></strong></i></a><i><sup>&nbsp;</sup>«Se dal fatto deriva pericolo per la vita o l'incolumità delle persone ovvero pericolo di compromissione o deterioramento:</i></p><p><i>1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo;</i></p><p><i>2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna;</i></p><p>b) se il fatto è commesso in siti contaminati o potenzialmente contaminati ai sensi dell'articolo&nbsp;<a href="https://www.brocardi.it/codice-dell-ambiente/parte-quarta/titolo-v/art240.html" target="_blank" title="Definizioni" rel="noreferrer">240</a>&nbsp;o comunque sulle strade di accesso ai predetti siti e relative pertinenze».</p><p><a href="/news-e-approfondimenti#_ftnref8" title>[8]</a>&nbsp;In estrema sintesi, ai sensi dell’art. 185-bis TUA, il deposito temporaneo dei rifiuti è consentito solo se (i) avviene nel luogo di produzione (oppure, per gli agricoltori, presso cooperative o consorzi) e, in casi specifici, anche presso i punti vendita (per rifiuti con responsabilità estesa del produttore o da costruzione/demolizione); (ii) sono rispettate le norme di sicurezza per i rifiuti pericolosi e contenenti inquinanti (stoccaggio, imballaggio ed etichettatura); (iii) i rifiuti vengono raccolti almeno ogni 3 mesi o al raggiungimento di 30 m³ complessivi (di cui max 10 m³ pericolosi), e in ogni caso entro un anno; (iv) i rifiuti sono raggruppati per categorie omogenee.La giurisprudenza di legittimità è costante nell'affermare che il superamento dei limiti quantitativi o temporali ivi previsti comporta la dequalificazione dell'attività, che degrada a "deposito incontrollato" o "abbandono".</p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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                        <pubDate>Mon, 16 Jun 2025 14:28:39 +0200</pubDate>
                        <title>ADVANT Nctm cresce nel Penale d&#039;Impresa: entra Raffaella Quintana e nasce un dipartimento specializzato</title>
                        <link>https://www.advant-nctm.com/news-e-approfondimenti/advant-nctm-cresce-nel-penale-dimpresa-entra-raffaella-quintana-e-nasce-un-dipartimento-specializzato</link>
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                        <content:encoded><![CDATA[<p>ADVANT Nctm annuncia l’ingresso di <strong>Raffaella Quintana</strong>, avvocata penalista con consolidata esperienza in tutti gli ambiti del diritto penale d’impresa e, più in generale, della compliance. L’avvocata Quintana, proveniente da DLA Piper, entra in Studio come nuova Partner nell’area White Collar Crime.</p><p>Il suo arrivo rappresenta un ulteriore passo nel percorso di crescita di ADVANT Nctm nell’area del diritto penale d’impresa, anche a seguito del recente ingresso di Luigi Orsi e Alice Baccin, che consente di completare l’assetto dell’attuale team, integrandosi in modo sinergico con le competenze già presenti in Studio in materia di compliance, grazie alle attività degli avvocati Paolo Gallarati, Raffaele Caldarone e Luca Cavagnaro. Contestualmente, verrà creato un dipartimento specializzato in White Collar Crime, Investigations &amp; Compliance di cui Raffaella sarà la coordinatrice.</p><p>L’operazione rafforza la capacità dello Studio di offrire ai clienti un servizio pienamente integrato e strategico in termini di prevenzione, formazione sulla compliance e supporto nella gestione del rischio penale connesso alle loro attività.</p><p>Con un lungo percorso professionale nel diritto penale d’impresa, Raffaella Quintana è riconosciuta ai vertici delle principali directories internazionali e si occupa di tutte le problematiche connesse, con particolare riguardo a casi di reati contro la Pubblica Amministrazione, reati fiscali, societari e fallimentari, oltre che ambientali e in materia di Health &amp; Safety, legal internal investigations, nonché ad aspetti legati alla responsabilità degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001.&nbsp;</p><p class="text-justify">Raffaella Quintana entra presso la sede romana di ADVANT Nctm con un team che comprende <strong>Francesco Lalli</strong> e <strong>Federico Lucariello </strong>(Managing Associate), <strong>Ornella Belfiori</strong> e <strong>Francesca Cannata</strong> (Senior Associate) e tre Trainee (<strong>Matteo Nicolì</strong>, <strong>Paolo Vespa</strong> e <strong>Jacopo Nicolaj</strong>).&nbsp;</p><p class="text-justify">“<i>Siamo contenti di accogliere Raffaella e il suo team, certi che questa collaborazione consentirà allo Studio di rafforzare e ampliare la propria offerta, mettendo a disposizione dei clienti un’assistenza legale sempre più integrata, solida e orientata alle operazioni complesse” -</i>commenta Paolo Montironi, Senior Partner di ADVANT Nctm – <i>“In un contesto regolatorio sempre più complesso, infatti, il rafforzamento dell’area penale ci permette di tutelare meglio i clienti, accrescere la nostra competitività e offrire soluzioni multidisciplinari di alto livello".&nbsp;</i></p>]]></content:encoded>
                        
                            
                                <category>White Collar Crime and Investigation</category>
                            
                        
                        
                            
                            
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