Il rapporto tra la professione legale e l’intelligenza artificiale sembra essere entrato in una nuova fase. Se, solo un anno fa, i fornitori di legal tech si trovavano spesso a dover spiegare con fatica perché l’IA meritasse uno spazio nella pratica legale, oggi la conversazione punta su una domanda diversa: in che modo la professione può massimizzarne i benefici. […]
[…] Il dibattito si estende naturalmente oltre la tecnologia in sé, coinvolgendo i professionisti che sono chiamati a utilizzarla. Nel corso della conferenza è emersa ripetutamente una domanda: se i giovani professionisti sono spesso i più abituati all’utilizzo degli strumenti di IA, cosa succede quando alcuni dei compiti tradizionali attraverso cui acquisiscono esperienza, diventano sempre più automatizzati? […]
[…] Giulio Uras, counsel di ADVANT Nctm e speaker nell’ambito del panel su IA e protezione dei dati, è un’altra voce a favore di un maggiore coinvolgimento delle giovani generazioni di avvocati con l’IA, promuovendo quello che definisce un approccio “AI by default”. «I professionisti legali si confrontano con l’IA non perché essa abbia sempre ragione, ma perché li costringe a verificare se sono loro stessi ad avere ragione o meno», ha commentato. «Il giovane avvocato dovrebbe sviluppare la capacità di dubitare». Per questo motivo, Uras ritiene che gli studi legali meglio posizionati per avere successo nel confronto, inevitabile, con il legal tech, non saranno necessariamente quelli con le policy più sofisticate, ma quelli capaci di sviluppare una cultura di impegno critico verso la tecnologia, perché «la cultura è il primo e più importante livello di governance».