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    03.07.2019

    Nella nuova black list cinese scendono i settori vietati ai capitali esteri


    BARRIERE ALL'INGRESSO

     

    Calato il sipario sul G20 di Osaka e incassata la ripresa dei negoziati commerciali, il presidente Xi Jinping aveva preannunciato nuove misure per liberalizzare l'economia cinese che si stanno concretizzando proprio in queste ore.

    La nuova "negative list", ad esempio, destinata a soppiantare il vecchio Catalogo degli investimenti stranieri. Promessa dal premier Li Keqiang al Forum Boao for Asia entro la fine di giugno, è stata resa pubblica domenica scorsa: i settori dell'economia interdetti agli stranieri scendono da 48 a 40, quelli delle 11 Free trade zones da 45 a 37. Ieri, inoltre, il premier cinese intervenendo al World economic Forum di Dalian ha prospettato un'accelerazione di un anno, con entrata in vigore già dal 2020 invece del 2021, del superamento dei limiti di titolarità delle quote azionarie per gli investitori stranieri nel settore finanziario. Grazie a ciò anche società come Morgan Stanley si accoderanno a HBSC, JP Morgan, Nomura e UBS che già hanno preso al volo la liberalizzazione partita due anni fa.

    Pechino si sta impegnando nel rimuovere le barriere all'ingresso per i capitali esteri, la nuova negative list introduce inedite possibilità nel settore dei servizi, nel manifatturiero, nell'industria mineraria, nell'oil&gas, tocca materie prime come il molybdeno, l'antimonio, la fluorite, la carta da riso e l'inchiostro, apre spazi anche nella cultura e nella comunicazione, nello shipping.

    «Le revisioni alla lista rappresentano un piccolo, ulteriore passo in avanti nel processo di apertura della Cina. La raccolta di capitale azionario per investimenti esteri in aree selezionate dell'economia cinese - dice Jörg Wuttke, presidente della Camera di commercio dell'Unione europea in Cina - ha il potenziale di offrire nuove opportunità per alcune società europee di entrare nel mercato o espandere la propria presenza. Tuttavia, perché questa apertura sia significativa, sono necessarie altre riforme più profonde sulla falsariga di quelle fatte venti anni fa durante l'adesione della Cina alla Wto».

    «Disparità di trattamento delle società straniere e favoritismo nei confronti delle aziende di Stato devono essere archiviati - aggiunge Carlo D'Andrea, vicepresidente della Camera europea. Bisogna ridurre anche le barriere indirette, quali i complessi processi di approvazione amministrativa e l'iter per le licenze».

    «La Cina ha bisogno di riforme e le sta portando avanti - sottolinea l'avvocato Enrico Toti dello studio Nctm - riducendo ulteriormente le attività precluse agli investitori stranieri. La decisione politicamente rilevante di rivedere la negative list è stata confermata da Gao Feng, portavoce del Ministero del commercio e varata con due decreti il 30 giugno 2019 con l'approvazione del Comitato Centrale del Partito e del Consiglio degli Affari di Stato, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma e il Ministero del Commercio».

     

     

     

    Tratto da Il Sole 24 Ore

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